Cosa dice la scienza
A chi non è mai scappata una parolaccia dopo aver urtato un dito contro lo spigolo del comodino? Quel gesto istintivo, spesso vissuto con un pizzico di imbarazzo, in realtà ha una spiegazione scientifica solida: imprecare può aiutare a sopportare meglio il dolore. Non è un modo di dire, ma un fenomeno studiato da anni dalla ricerca psicologica.
L’esperimento del secchio di ghiaccio
Tutto parte da uno studio ormai diventato un classico della psicologia sperimentale, condotto alla Keele University nel Regno Unito dallo psicologo Richard Stephens e pubblicato sulla rivista Neuroreport. Ai partecipanti veniva chiesto di tenere la mano immersa in un secchio d’acqua ghiacciata il più a lungo possibile, prima ripetendo una parolaccia a piacere, poi una parola neutra.
Il risultato? Chi imprecava riusciva a resistere più a lungo al freddo pungente, segno che la soglia di tolleranza al dolore si alzava. Secondo Stephens, le imprecazioni innescherebbero una risposta fisica ed emotiva che aiuta l’organismo a sopportare meglio lo stimolo doloroso. Questa spiegazione renderebbe conto di un’abitudine linguistica antica quanto l’uomo.
Lo stesso gruppo di ricerca della Keele University ha misurato cosa succede quando si impreca ad alta voce durante uno sforzo fisico intenso, come una sessione di allenamento particolarmente dura. Chi si lasciava andare a qualche imprecazione otteneva un miglioramento della prestazione del 2-4% e un aumento della forza fino all’8%, rispetto a chi restava in silenzio. Una possibile spiegazione: quando si “soffre in silenzio” l’attenzione resta bloccata sulla fatica, mentre imprecare la sposta altrove, permettendo al corpo di lavorare meglio.
Non solo dolore: forza, stress e coesione di gruppo
Una rassegna più recente, pubblicata dallo stesso Stephens nel 2025 sull’Annual Review of Advances in Methods and Practices in Psychological Science, ha messo insieme oltre quindici anni di studi sul tema, allargando il quadro ben oltre la semplice tolleranza al dolore. Tra i risultati più interessanti:
- Più forza fisica: durante uno sforzo muscolare (come stringere un dinamometro o pedalare), chi impreca sembra riuscire a esprimere una potenza maggiore rispetto a chi usa un linguaggio neutro.
- Effetto “valvola di sfogo”: le parole scurrili attivano i circuiti cerebrali legati all’emozione e alla risposta di attacco-fuga, aiutando a scaricare la tensione accumulata in un momento di stress acuto.
- Coesione sociale: in contesti di gruppo emotivamente intensi un’imprecazione condivisa può rinforzare il senso di appartenenza e fiducia reciproca, quando non è rivolta contro qualcuno.
- Rende più autentici: un’altra ricerca ha messo in relazione l’uso di un linguaggio scurrile con la percezione di sincerità nelle interazioni sociali: in un contesto amichevole e positivo, chi impreca viene percepito come più genuino, diretto e spontaneo, proprio perché la parolaccia è un’espressione istintiva, poco filtrata dal controllo sociale.
Perché succede: il cervello e le parolacce
Le parolacce sembrano avere una collocazione particolare nel cervello, diversa dal linguaggio ordinario: è uno dei motivi per cui, in certi casi neurologici, la capacità di imprecare può restare intatta anche quando altre funzioni del linguaggio vengono compromesse. Imprecare agirebbe un po’ come un pugno dato a un cuscino o un piatto rotto per la rabbia: un modo per liberare una tensione emotiva accumulata, con un effetto quasi liberatorio.
Attenzione: non è un lasciapassare
C’è però un limite importante da tenere presente: gli effetti benefici sembrano legati a un uso spontaneo, moderato e non diretto contro le persone. Se l’imprecazione diventa un’abitudine costante e fine a se stessa, l’effetto tende a “desensibilizzarsi” e a perdere efficacia. In altre parole, imprecare aiuta ma la parolaccia funziona meglio quando resta un piccolo sfogo occasionale, non un intercalare quotidiano.
Quando il dolore non passa, serve altro
Imprecare può aiutare a sopportare qualche secondo in più il dito sbattuto o il ginocchio contro lo spigolo del tavolo. Ma quando il dolore è persistente, o quando lo stress si accumula giorno dopo giorno, un buon sfogo verbale non basta: serve un consiglio competente.
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