Dormire al lavoro non è (sempre) pigrizia
Perché dormire al lavoro non è sempre pigrizia: cosa dice la scienza?
Hai visto in giro la nostra campagna sul riposo e non sai cosa significa? Un uomo che dorme in un letto, in mezzo a un open space, sotto gli occhi dei colleghi: l’immagine fa sorridere, ma pone una domanda seria. Siamo sicuri che chi crolla dalla stanchezza sia soltanto pigro? La ricerca scientifica suggerisce di no: quella stanchezza, spesso, ha una spiegazione fisiologica molto precisa.
Il pisolino che ha convinto la NASA
Uno degli studi più citati sul tema risale al 1995 ed è stato condotto dalla NASA, con il ricercatore Mark Rosekind, su piloti impegnati in voli transoceanici. A un gruppo veniva concessa, durante la tratta, un’occasione di riposo di circa 25 minuti mentre il copilota restava ai comandi; il gruppo di controllo, invece, restava sveglio per tutto il volo.
Il risultato? Chi aveva riposato, con una media di circa 26 minuti di sonno effettivo, ha mostrato un miglioramento della vigilanza del 54% e delle prestazioni del 34% rispetto a chi non aveva dormito. Da qui il nome “NASA nap“, entrato ormai nel linguaggio comune.
Quando la stanchezza pesa come un bicchiere di troppo
Un altro studio, pubblicato nel 2000 sulla rivista Occupational and Environmental Medicine dai ricercatori australiani Ann Williamson e Anne-Marie Feyer, ha messo a confronto gli effetti della privazione di sonno con quelli dell’alcol. I 39 partecipanti, dipendenti del settore dei trasporti e militari, sono stati tenuti svegli per 28 ore e sottoposti a test di velocità e precisione, poi ripetuti dopo dosi misurate di alcol.
Dopo 17-19 ore senza dormire, in alcuni test le prestazioni erano equivalenti o peggiori rispetto a quelle registrate con un tasso alcolemico di 0,05%, soglia che in Italia corrisponde al limite per chi guida. In alcune prove i tempi di risposta risultavano più lenti fino al 50%. Con una veglia ancora più prolungata, il rendimento arrivava a livelli equivalenti a un tasso alcolemico di 0,1%.
Cosa succede nel cervello mentre riposiamo
Il sonno non è un semplice “spegnimento”. Nel 2013 uno studio pubblicato sulla rivista Science da Lulu Xie e Maiken Nedergaard ha osservato, nei topi, che durante il sonno lo spazio tra le cellule cerebrali aumenta di circa il 60%. Questo favorisce lo scambio tra liquido cerebrospinale e liquido interstiziale e accelera l’eliminazione di sostanze di scarto, come la beta-amiloide, accumulate durante la veglia.
Si tratta di una ricerca su animali, e trasferirne le conclusioni all’uomo richiede cautela. Ma rafforza un’ipotesi ormai diffusa: parte della funzione ristorativa del sonno sarebbe legata proprio a questa sorta di pulizia notturna.
Dormire al lavoro: perché il calo del pomeriggio è normale
Durante la veglia si accumula nel cervello l’adenosina, una sostanza che aumenta la cosiddetta “pressione del sonno“. A questo si somma il ritmo circadiano, che prevede un fisiologico calo di vigilanza nel primo pomeriggio, indicativamente tra le 14 e le 16. Sentirsi stanchi in quella fascia oraria, quindi, non è questione di carattere: è biologia.
Cosa possiamo fare, secondo gli esperti?
- Riposo breve: meglio restare sotto i 30 minuti, per evitare di entrare nel sonno profondo.
- Non a ridosso della sera: un sonnellino tardivo può rendere più difficile addormentarsi la notte.
- Regolarità: il riposo diurno è un aiuto, non un sostituto del sonno notturno.

Attenzione: non è un lasciapassare
La nostra campagna è una provocazione, e come tale va letta. I benefici osservati riguardano i riposi brevi e occasionali: un sonnellino troppo lungo può lasciare quella sensazione di intontimento chiamata inerzia del sonno, e nessun pisolino può compensare notti di sonno ripetutamente scarso. Se si dorme male la notte, inoltre, il riposo diurno rischia di peggiorare la situazione.
Quando la stanchezza non passa, serve altro
Un sonnellino può aiutare a superare il calo del pomeriggio. Ma quando la stanchezza è costante, persiste anche dopo notti di sonno regolare o si accompagna ad altri disturbi, può avere cause diverse (stress, sonno di scarsa qualità, carenze nutrizionali, altre condizioni) che vale la pena valutare con un professionista.
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